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Megan Rapinoe, the last dance is…ingiusto

I capelli color rosa, olilla, o azzurri, hanno solo dato colore ad un talento che di per sé le sfumature le conosceva già tutte, perché quel talento cucito addosso a Megan Rapinoe ha immerso il volto in un arcobaleno.

Il giallo delle giornate migliori, il rosso delle sfide trionfanti, il blu scuro quando sarebbe bastato tanto così per acciuffare quello che mancava all’appello, il nero per un tendine che ha fatto male troppo presto, in quell’ultima danza che sarebbe dovuta essere un lento così simile al ballo della 5ª liceo piuttosto che al suono di un pianoforte scordato.

Ma sfogliare lo spartito dall’inizio significa ripercorrere una carriera senza eguali che fa di Megan Rapinoe la direttrice d’orchestra perfetta ma anche una delle più grandi calciatrici di tutti i tempi. La bacheca brilla di un oro olimpico conquistato l’11 agosto 2012, a Londra, con il Giappone, rivale di sempre, e di due Mondiali vinti da protagonista assoluta, nel 2015 in Canada quando divise la scena con Carli Lloyd e Alex Morgan, battendo in finale, guarda un po’, il Giappone per 5-2, e nel 2019 in Francia, quando i gol furono tanti di cui uno, decisivo, nell’ultimo atto, dove con la sua nazionale a stelle e strisce ebbe la meglio sui Paesi Bassi per 2-0.

Ma sfogliando ancora, i colori balzano agli occhi e la musica si fa più forte: è il 2 dicembre 2019, per la seconda volta nella sua storia il Pallone d’Oro finisce anche nelle mani di una calciatrice, e quella calciatrice è proprio lei, Megan Rapinoe. A 34 anni è la più forte di tutte.

Le note stonate di una melodia dolcissima sono il non essere mai riuscita a vincere una finale di National Women’s Soccer League, stregata fino all’ultimo visto che anche lo scorso sabato, in quello che è stato l’ultimo atto dell’atleta 38enne, a vincere è stato il NY Gotham FC di New York per 2-1 proprio a scapito dell’OL Reign di Seattle. Ma l’ingiustizia totalizzante l’ha consumata il terzo minuto quando quel tendine d’achille faceva troppo male e l’unica via di fuga dal dolore era la strada che conduceva alla panchina, troppo breve per rivivere tutto quello che è stato ma lunga abbastanza per godersi il tributo di una standing ovation da pelle d’oca, condita dall’abbraccio dell’altra capitana, sua compagna di nazionale, Ali Krieger.

E così, mentre una mano asciugava le lacrime e l’altra ringraziava un pubblico che è sempre stato dalla sua parte, negli occhi di chi si è goduto ogni scena di una mirabolante carriera fatta anche di giocate di gran classe al di fuori del terreno di gioco, come la campagna di sensibilizzazione per una parità salariale tra uomini e donne, nei pugni stretti perchè “non doveva finire così”, c’è ancora spazio per i ricordi, per quell’esultanza a braccia aperte dopo ogni gol che forse, fino ad oggi, ha sempre significato “Eccomi qua, ci sono anche io“, ma che da domani andrà verso un messaggio più profondo, come a dire Lo spettacolo è finito, grazie di tutto mio caro football” nell’eco di un’unica risposta “Grazie a te, Megan Rapinoe, campionessa senza tempo di un calcio travolgente come il più grande degli amori corrisposti”.

foto Megan Rapinoe Getty Images 

Gli ultimi novanta minuti di una domenica che non c’è

Novanta minuti, gli ultimi novanta minuti.

novanta minuti

È notte fonda. L’aperitivo con gli amici ed il posticipo del sabato, poi a nanna presto che domani si gioca. Il solito messaggio sul gruppo whatsapp “Qualsiasi cosa accada, Insieme per i nostri novanta minuti, forza Leoni“, scudo di un’ansia che avanza a passo svelto e che si prende buona parte dei respiri.

Sveglia puntata, anche se come ogni domenica o quasi sarai solo li attenderla. Occhi chiusi, ma non si dorme. Tiri le coperte, ti giri, ma niente. Un bicchiere d’acqua, forse la pizza era un po’ salata. Ma la scena di quella testa appoggiata su un cuscino scomodo, degli occhi sbarrati che questa notte sanno solo perdersi in un buio mai stato così profondo, è la stessa nella camera di tutti.

Ti ricordi dell’andata, del gol mangiato nel recupero, di quanto era tosto quell’attaccante da marcare, dell’abbraccio al tuo portierone dopo un volo plastico che ha salvato tutto, della cazziata del capitano a fine primo tempo, degli occhi di papà quando il mister ti ha scelto e tu, alzandoti dalla panchina, hai avuto bisogno di sapere che sarebbe andata bene.

Sonnecchi un po’, ti risvegli qualche ora dopo pensando sia già mattino, ma niente, manca ancora troppo. Guardi l’ora sul telefono, sfogli qualche storia su Instagram, controlli i messaggi…

Mentre la luce si fa spazio tra gli spiragli di una persiana rotta e che più e più volte ti sei promesso di sistemare, mentre il cane è già arrivato a cercare coccole, noti lo smartphone che si illumina “Ehi, io sono già sveglio, che dici tra mezz’ora al solito posto?“. Non aspettavi altro. L’acqua fresca sul volto nella speranza di nascondere una notte insonne, ti infili la tuta, 5 minuti e sei al bar. Le strade sono ancora deserte, i tavolini mezzi vuoi. Un caffè, spremuta, brioche e la Gazzetta tra le mani.

novanta minuti

 

Di fronte a te il compagno di 30 colazioni su 30, ogni domenica, sempre lì, come se lì ci fosse il vostro fischio d’inizio. Basta uno sguardo per capirvi, le ore di sonno le contate sulle dita di una mano, si parla di tutto ma non di quello che sarà. Vorresti dirgli che ti tremano le gambe, che senti il peso dell’attacco sulle tue spalle, che la caviglia è ancora indolenzita…lui vorrebbe risponderti che la vede dura, che all’andata quel numero dieci lo ha fatto impazzire, che forse sarebbe meglio partisse dalla panchina e che magari lo dirà al mister appena arrivato al campo…

…ma niente, non vi dite niente, e sapete già tutto. La battuta si sposta sulla cameriera del bar, solo per sdrammatizzare un po’, le bionde in realtà non ti sono mai piaciute. Pacca sulla spalla e si va. “Ci vediamo dopo, passo a prenderti?” “No tranquillo, vengo con la mia“. Ci sono quelle tre canzoni da ascoltare nel tragitto casa – campo, non puoi perdertele nell’ultima domenica.

Il pranzo è sempre lo stesso, lo stomaco in realtà è chiuso. Tua madre ha fatto la crostata solo per te, ma riesci a sbuffare comunque, lei sa il perché: il countdown nella tua testa è già partito, la tensione si fa sentire. Controlli il borsone un paio di volte, poi saluti tutti “Babbo ci vediamo al campo“, mentre mamma rimarrà lì, non troppo attaccata al telefono, nella speranza che non suoni mai, e con il solito messaggio delle 15.15 per papà…”Tesoro, quanto stanno?“.

In macchina ti scende una lacrimuccia mentre Ligabue canta “Lì, sempre lì, lì nel mezzo, finché ce n’hai stai lì“. È la prima del trittico di canzoni. Poi ti dai la carica, alzi il volume e non senti più nulla. Parcheggi, qualche minuto d’anticipo. C’è il tempo per una battuta con la signora del botteghino all’ingresso: “Dacci dentro bomber” ti esclama e ti fa l’occhiolino, ricambi.

Varchi il cancelletto davanti agli spogliatoi, dai un’occhiata timida al campo, il signore dei palloni ti guarda e te lo sussurra appena “Wè bomber, devi buttarla dentro oggi”, vaglielo a spiegare che non hai dormito un cavolo e tutto il resto. Il pres ti dà una pacca sulla spalla, “Già sai…” e non aggiunge altro, lui la conosce la tua scaramanzia, grande come quella fascetta che ti leghi al polso, come il mettere prima la scarpa sinistra o l’entrare in campo su un piede solo.

novanta minuti

 

Poi varchi la porta dello spogliatoio, incroci gli occhi dei tuoi compagni e lì c’è la prima botta di adrenalina. Ti cambi al solito posto, il ds entra a dettarvi i tempi, dieci minuti e siete tutti in cerchio sul retro del campo. Il mister dice due cose e dà la formazione, più volte ribadisce quel dentro o fuori che pare la spada di Damocle sulla testa. Il riscaldamento va via liscio, il “ghiaccio” inizia ad avere qualche crepa, provate un paio di punizioni e non becchi la porta. Insomma, non si mette benissimo.

Mentre tornate negli spogliatoi incroci un paio di ex compagni oggi con la casacca opposta alla tua, pronti a vendere cara la pelle, proprio come te. Poi tutti di nuovo dentro, c’è il discorso del mister. Seduti su quelle panche vi sentite quasi inermi, sopraffatti da una stagione che ormai è al capolino. Nella tua testa scorrono le immagini di tutti questi mesi e ti rendi conto di quanto manchi al traguardo. Il tuo film in realtà è quello di tutti. I ventitré gol messi a segno fino ad oggi sono un bottino che ti fa andare orgoglioso della tua annata, ma non ti gratificheranno abbastanza se all’appello dovessero mancare quelli di questi novanta minuti. Forse non te lo perdoneresti mai, a patto che, sì insomma…il bene della squadra viene sempre prima.

C’è la chiama dell’arbitro.

Prima di uscire ci pensa il capitano a dire la sua, come sempre. Vi chiama leoni, vi chiama fratelli, vi spinge a dare il massimo anche oggi, soprattutto oggi, per quei maledettissimi novanta minuti e lo fa come solo lui sa fare, colpendovi dritto al cuore. Pensi: “Cazzo che fortuna ad avere un capitano così, se un giorno dovessi avere quella fascia al braccio, vorrei essere come lui…“. Vi abbracciate, eccolo qui l’abbraccio più bello del mondo. La convinzione di tutti è che dentro quell’abbraccio non vi succederà mai niente.

Si spalanca la porta ed è un attimo. C’è la foto di rito, ti distrai e sbirci in tribuna, quest’anno non l’avevi mai vista così gremita, la fortuna di giocarsi tutto in casa. Controlli che le scarpe siano allacciate strette, poi metti il primo piede sul prato verde, e cambia tutto. La paura sta lasciando il posto ad un’adrenalina incredibile. Il tragitto fino al centro del campo non ti è mai sembrato così lungo, quasi più lungo di quei novanta minuti lì davanti a te. In riga aspettate il via, saluti il pubblico, ti scambi il cinque con i compagni e ti prendi ancora qualche incoraggiamento. Papà è al solito posto, fiero. 

novanta minuti

 

Chiudi gli occhi per un attimo, li riapri e guardi il cielo, e al cielo affidi i tuoi sogni. Il sogno di un playoff o di un titolo, il tuo primo titolo, il sogno di un playout che allontana una retrocessione diretta, il sogno di una salvezza insperata, o di una posizione a metà classifica che sarà banale solo per gli altri, il sogno di un gol che aspetti da mesi o del riconoscimento di capocannoniere, il sogno di una manona al posto giusto al momento giusto, o dell’assist che cambia la partita; il sogno di non sbagliare gli undici e di azzeccare i cambi, di trovare le motivazioni giuste e di poter esultare con i tuoi ragazzi.

Il sogno di veder i sacrifici ripagati, la tua società nella posizione che merita, i volontari del bar stanchi di questi nove mesi ma contenti per aver dato una mano alla squadra del loro paese; il sogno di vedere quell’ingresso in campo con i bambini del settore giovanile e le tribune piene da togliere il fiato.

Il sogno di scrivere l’articolo perfetto, di non sbagliare le pagelle, di saper trovare le parole giuste per raccontare quella miriade di emozioni che in realtà ti è piombata addosso già al mattino appena sveglio, quando le farfalle nello stomaco avevano già fatto il girotondo e quando l’incipit del pezzo ti è venuto fuori mentre le mani tremavano dall’ansia…il sogno di un’intervista in cui gli occhi di chi sta dall’altra parte del microfono riescano ad imbattersi nei tuoi, a trovare appiglio proprio lì, e poi conforto, comprensione, gioia, e tutto ciò di cui abbiate vicendevolmente bisogno, forse rispetto, forse gratitudine, forse amore.

Qualunque sia il tuo sogno, riapri gli occhi, tiri un sospiro di sollievo, il frastuono dei cuori che battono all’unisono pare l’inno alla gioia.

Guardi il pallone.

Novanta minuti, gli ultimi novanta minuti.

Fischio d’inizio.

Sì, sono pronto.

 

Non un eroe, molto di più: infinito Sinisa Mihajlovic

sinisa mihajlovicCatartico: che purifica interiormente e porta ad una contemplazione comprensiva e superatrice della colpa e delle passioni.
E di passione qui ce n’è da vendere, di colpe una sola, quella di non sentirsi un eroe.
E così che sono state definite le lacrime di Sinisa Mihajlovic allenatore del Bologna, alle prese da 4 mesi a questa parte con uno dei quei mali che non augureresti nemmeno al tuo peggior nemico.
La conferenza stampa dello scorso venerdì ha raccontato molto di più del pre partita di Napoli – Bologna, ha per l’ennesima volta visto un guerriero posare la corazza e dare il là ad una confessione che pare un inno alla vita, uno spunto verso il coraggio preso a due mani che se ne fotte delle difficoltà e va a caccia delle cose belle. O quelle di cui ne valga la pena.
L’ho riascolta e riletta più di una volta per non perdermi i dettagli, avevo voglia di avvicinare la lezione il più possibile ai miei occhi e alla mia mente. Mi sono soffermata su alcuni passaggi, quel “Ti amo amore mio” è poesia allo stato aeriforme, quel “Mia moglie è l’unica persona al mondo con più palle di meè poesia allo stato solido. Il mix dà vita ad un’opera d’arte non da collezione o da tenere in libreria a prendere polvere, è un libro da tenere sul comodino e di cui leggere un paio di pagine per volte ad ogni risveglio e prima di coricarsi la sera.
Ho pianto, non ho più lacrime, mi sono rotto le palle di piangereè un altro dei passaggi che mi ha rapita. Una scarica di adrenalina, una botta di vita; il modo con cui viene pronunciata questa frase, la determinazione, la fermezza, sono tutto: è come mettersi una T-shirt bianca, scambiandola per un giubbotto antiproiettili, e buttarsi a capofitto nella guerra uscendone poi intatti, con pochi graffi e più vivi che mai.
I ringraziamenti, l’amore per i figli, le lodi verso lo staff medico, la cazziata riservata ai giocatori presentatisi di soppiatto solo per una sorpresa, le risate, la commozione: un’ora e mezza di una conferenza stampa che va oltre. Ecco come si è sentito chi ha pesato tutte le parole di questo sfogo, si è sentito completo. Si è sentito pieno, integro e indistruttibile.
Hai ragione su tutto Sinisa Mihajlovic, hai ragione su tutto, anche quando dici di non essere un eroe: sei di più, sei molto di più. Sei un esempio gigantesco e non so se tu abbia idea di quanto l’umanità abbia bisogna di Uomini come te.

QUI IL VIDEO INTEGRALE 

world dream day

World dream day: aprite il cassetto e fate volare i vostri sogni

world dream day World dream day, ovvero la giornata mondiale dei sogni, ricorre oggi, 25 settembre 2019 e viene celebrata per la settima volta nella sua storia.
E allora vi racconto una storia che ho trovato su Instagram, su “storie.dagli.undici.metri”

Qual è il prezzo di poter sognare?
Sognare dalle sue parti era l’unico modo per non vedere quello che ti accadeva intorno, come avere della musica ad alto volume nelle cuffie che ti permetteva di distrarti, che ti permetteva di vedere il traguardo nitido.
I sogni da quelle parti significavano anche fare dei sacrifici, andare a letto presto mentre tutti gli altri si preparavano per fare serata, vedere amici con cui sei cresciuto prendere delle strade completamente opposte ai tuoi ideali, significava sentire perenni chiacchiere su come il tuo fosse solo tempo perso, “non arriverai mai”…quanto si sbagliavano…
I pianti fatti da piccolo si sono trasformati in coraggio per affrontare le difese avversarie, per cercare di scalare classifiche, per cercare di inseguire un sogno chiamato Serie A.
22 gol con il Teramo in C
23 gol con L’Empoli due anni fa in B
25 gol con il Brescia lo scorso anno in B
4 gol in 5 partite di Serie A
Chissà se adesso, dopo tutto questo, avrebbero ancora il coraggio di metterti in dubbio“.

world dream day La carta d’identità dice 29 anni da compiere il prossimo 30 novembre. Non pochi per chi da grande, quando grande lo è già, vuole fare il calciatore. Il cognome che pesa per un puro caso di omonimia, le lacrime per quel gol al Cagliari, all’esordio, poi ingoiate, amare, quando la freddezza della Var ha detto “No, non è valido” mentre gli occhi avevano già disegnato arcobaleni, tramonti ed albe da togliere il fiato. Ma di lì a poco il paesaggio avrebbe preso colori indescrivibili e lo avrebbe fatto perché tu, tavolozza alla mano, non avresti potuto dipingere quadri dal senso artistico più acuto. Ma, pennello alla mano, ci sono barili di creatività a cui rendere giustizia che possono sopravvivere solo se sprigionati e lasciati liberi, proprio come i sogni, proprio come i tuoi sogni.
Perché la normalità di un ragazzo come te, Alfredo Donnarumma, attaccante del Brescia, all’esordio in serie A, capace di mettere a segno 4 gol in 5 partite, è l’armatura perfetta di chi ha deciso di arrampicarsi sulle nuvole per godersi lo spettacolo dall’alto.

Il world dream day è più che una giornata, è uno stile di vita, è un diritto sacrosanto, è la magia che rende luce e giustizia al nostro essere, è il coraggio di prendere a due mani la propria anima, scuoterla, e lasciar cadere sul tavolo tutto ciò che racchiude.
Nel più remoto angolo di uno dei vostri cassetti troverete, imbrattato di polvere, un po’ sbiadito forse, ma più vivo di quanto possiate immaginare, il sogno che cullavate da bambini, quello che “lascialo lì poi si vedrà”, quello di cui quasi ci si vergogna e che a pochi si confida, con fatica pure a se stessi, ma che non ha mai smesso di abbracciarci e tenerci, in un qualche modo, legati a sé.

Nel vortice delle domande in cui ogni giorno ci troviamo a destreggiarci, annientiamo i dubbi dinanzi ai nostri sogni, sconfiggiamo le paure, abbandoniamoci alle forti braccia che li contengono, e li proteggono, perché potremmo essere tutto se ci credessimo, perché saremmo il niente se non sognassimo.

Dedicato a chi non ha mai smesso di sognare.

Foto juventusnews.24

È di nuovo domenica: bentornato “Calcio Dilettanti”

Ora sì, è di nuovo domenica, centotrenta e passa giorni dopo. Poche ore ed il primo fischio di questo calcio “dilettanti” risuonerà nelle nostre orecchie, poche ore e la prima lunghissima domenica delle trenta, poi a venire, sarà tutto ciò che abbiamo aspettato per un’estate intera.
Qualcuno ha delusioni da smaltire, qualcuno ha ancora fame di vittorie, qualcuno non è riuscito a porre un punto dopo l’ultima stagione e sente di avere altre carte da giocarsi, qualcuno, semplicemente, non riesce a farne a meno.
E allora…

Per tutti quelli che anche oggi, da oggi, sarà bellissimo…
Per tutti quelli che non vedevano l’ora…
Per tutti quelli che agosto l’hanno passato a sudare sotto il sole, o in ufficio a studiare, a preparare i dettagli…
Per tutti quelli che quella panchina la sognavano la notte…
Per tutti quelli che un nuovo coro è sempre il modo giusto per ricominciare…
Per tutti quelli che stamattina si sono svegliati con le farfalle allo stomaco…
Per tutti quelli che staccano alle due dal lavoro e corrono al campo…
Per tutti quelli che prima di uscire di casa diranno: “Mamma fammi l’in bocca al lupo”…
Per tutti quelli che, da buone mamme, diranno “In bocca al lupo tesoro” e dentro di loro spereranno solo che andrà tutto bene…
Per tutti quelli che capiscono e non capiscono, accettano per amore o per affetto….
Per tutti quelli che non compariranno nemmeno sulla distinta ma avranno sempre un ruolo di prim’ordine…
Per tutti quelli che indosseranno la maglietta numero uno sapendo di avere il ruolo più delicato e più esaltante allo stesso momento…
Per tutti quelli che daranno una pacca sulla spalla, comunque andrà…
Per tutti quelli che avranno bisogno di una pacca sulla spalla, comunque sarà andata…
Per tutti quelli che vivono per il gol, per chi vive per l’assist e chi sta sempre lì, a recuperar palloni…
Per tutti quelli che armati di penna e computer afferreranno emozioni al volo e proveranno a descriverle…
Per tutti quelli che “campionato nuovo, scarpe nuove”…
Per tutti quelli che già oggi stringeranno i denti, perché la prima non possono perdersela…
Per tutti quelli che “io ci metto il cuore, vada come vada…
Per tutti quelli che torneranno a calpestare quel terreno dopo mesi di sofferenza…
Per tutti quelli che indosseranno la fascia da capitano e per chi non lo farà ma si sentirà capitano comunque…
Per tutti quelli che è arrivato il momento di dimostrare chi sono per davvero…
Per tutti quelli che cercheranno in tribuna gli unici occhi che vorrebbero sentirsi addosso, e per chi saprà ricambiare quello sguardo con un’esultanza, un sorriso o con il silenzio…
Per tutti quelli che al 90esimo sapranno di aver dato tutto ma di poter fare sempre di più…
Per tutti quelli che, semplicemente, ci credono, da sempre e per sempre.

Perché potete pure continuare a chiamarlo “Calcio dilettanti”, o “gioco”o come cavolo volete voi, ma tanto lo sappiamo tutti che è di più, molto di più…

E allora ognuno al suo posto e buon campionato a tutti quelli che…il calcio dilettanti è il Calcio!

 

Chiellini- Koulibaly, bianco che abbraccia il “nero”

Bianco che abbraccia il nero, coro che si alza davvero, Juve per sempre sarà.
Recita così l’inno della Juve, quella Juve che ieri sera, all’ultimo respiro, è riuscita ad avere la meglio sul Napoli grazie all’autogol di Koulibaly. Il centrale biancazzurro, uno dei più forti centrali al mondo, ha commesso un errore, un autogol, al 93′, proprio quando sembrava che il big match fosse destinato ad un pareggio ottenuto in remuntada. Ed invece, nel tentativo di sparare oltre lo stadium quella sfera piombata in area, il “centralone” maldestramente la spedisce nel sette alle spalle di Meret. Fine dei giochi, la Juve vince 4 a 3.
Ma oltre il triplice fischio ecco che Giorgio Chiellini, capitano della Juventus ,decide, ancor prima di congratularsi con i suoi compagni, di andare ad abbracciare quell’avversario di mille battaglie, quello che “No, un autogol così non te lo aspetti”.
E forse in questa foto non si vedono le stampelle, testimoni di un destino che al toscano 35enne ha riservato una salita nuova, di circa 6 mesi, per un ginocchio che ha fatto crack, ma si vedono due colori ben distinti che si mischiano, che si confondono e si rispettano. Potreste vedere il bianconero da un lato e l’azzurro dall’altro, potreste vedere il blu (Italia) ed il verde-giallo-rosso (Senegal), o più semplicemente il bianco & il nero.
Quelli come me, che invece sanno guardare più a fondo, non vedono differenze; intravedono una C enorme sul braccio sinistro dell’uno, ed uno sguardo sconsolato ma riconoscente sul volto dell’altro. In questo foto ci sono due cuori enormi, nascosti sotto due maglie diverse, che si sfiorano, che si avvicinano e che tremano.
In questo foto c’è un senso di rispetto assoluto che il cuore lo fa tremare anche a me. 
In questo foto c’è l’esempio che martedì, al primissimo allenamento dell’anno, riporterò ai miei pulcini, mettendo davanti ai loro occhi puri il senso di un gioco meraviglioso che in realtà “solo” un gioco non è.

 

 

Today is the day: al via il Mondiale di Calcio Femminile (finalmente)

Per una volta possiamo dirlo: del mondiale di calcio femminile se ne è parlato in lungo ed in largo, quasi da non credere e stavolta, mai come stavolta, ne siamo davvero estasiati.
Questa sera alle ore 21 il calcio d’inizio tra Francia – Corea del Sud darà il via all’8° edizione del campionato del mondo di calcio tutto al femminile, campionato che si concluderà il 7 luglio.
Chi alzerà l’ambito trofeo? Saranno le campionesse uscenti degli Usa? O le padrone di casa della Francia? E l’Italia, la nostra Italia, saprà stupire ancora?

Per parlare delle azzurre e di un sogno che torna dopo venti lunghissimi anni ci sarà tempo visto che l’esordio è previsto per domenica ore 13 contro l’Australia, ma per tutto il resto vi riporto qui di seguito un link da cui attingere ogni informazione possibile per non perdersi nulla, ma proprio nulla, di un evento che saprà colorare con un tocco pink (ma non troppo) un’estate che non è estate senza un Mondiale di Calcio.

E noi azzurre ci siamo, stavolta.

 

Per tutte le info sul Mondiale di Calcio Femminile clicca QUI

Two is meglio che one: Juventus sei W8NDERFUL – VIDEO

Sabato è successo qualcosa di incredibile e di impensabile fino a qualche tempo fa.
Una squadra di calcio professionistico ha vinto lo scudetto sia con la formazione maschile che con quella femminile, ed il tutto è successo in Italia, a Torino, alla Juventus.
Non sono qua per raccontare record, 8 di fila, nessuno in Europa, due consecutivi in due anni di vita, ecc., i numeri parlano da sé e non c’è bisogno di aggiungere altro, in realtà non sono qua per raccontare nulla ma per godermi lo spettacolo, per lasciare che il mio lato di tifosa prenda il sopravvento e per vedere e rivedere delle immagini che mi facciano brillare gli occhi. E poco m’importa dell’immondizia che ho letto sul web in questi giorni, siamo abbastanza forti per farci scivolare addosso tutto, per rimanere in piedi dopo l’ennesima batosta europea, per non cadere nelle provocazioni di gente che vive di alibi, noi che gli alibi non sappiamo nemmeno dove stiano di casa.
Noi siamo quelli del “Fino alla fine” in un legame di cui si conosce solo il principio. 
E allora per tutti quelli che ancora ci credono e che non smetteranno mai di farlo, per tutti quelli che sono ancora troppo incazzati per arrendersi dopo una sconfitta più dura di un pugno allo stomaco o ancora di più al cuore, emozionatevi guardando il bianco ed il nero sventolare là dove nessuno a sfiorarlo, cucito addosso a uomini e donne che non solo altro che i NOSTRI eroi.
Tu chiamale se vuoi…emozioni!

https://www.facebook.com/giovaalbanese/videos/2122744021348802/

 

 

 

 

“Care pesti vi scrivo…”: lettera di una mister innamorata dei suoi calciatori

Ed anche quest’anno è giunto il momento.

Il momento del punto e a capo, lo dico subito per evitare equivoci, per non creare patemi, perchè non riesco a non ripetermelo ogni giorno, convinta che fra tutti i miei casini, uno dei casini più belli siate voi.
E’ stato un anno duro, e lo sappiamo benissimo. Un inizio fra mille difficoltà, un numero troppo grande da gestire, età diverse, esigenze diverse, la prima volta su un campo grande e con i “grandi”, un milione di muri dinanzi a noi, ma è bastata quell’incredibile voglia di stare insieme per buttarli giù, uno ad uno, per lasciare che ogni dubbio, ogni perplessità, le mie in primis, svanissero in un batter di ciglia.
Avevo tanta paura, ora posso dirlo, ve lo confesso, avevo paura di non riuscire a seguirvi come avrei dovuto e potuto, paura di un azzardo troppo grande, paura di non saper trovare le parole ed i modi per spiegarvi che lottare insieme per una causa così enorme, ci avrebbe potuto fare male, tanto male, scalfirci, fino a scioglierci, a rinunciare, a non credere.
Ma giorno dopo giorno mi sono resa conto che ancora una volta avete stravolto tutto, TUTTO. Avete stravolto il concetto di insieme, gli avete dato un nuovo significato, così pieno, così vivo, così NOSTRO. Ed io vi amo per questo, senza se e senza ma.
E’ passato un intero anno da quandoMister ma questo campo nuovo è bellissimo“, che poi bellissimo, forse  non era, ma era bellissimo per i vostri occhi curiosi e le vostre menti sognanti. Bellissimo sul serio, ve lo garantisco, lo è diventato quando ci avete messo piede per la prima volta, dimostrandomi che chissene frega dei centimetri che ci mancavano, dell’inesperienza, dei limiti, dello stop che non viene tanto o non viene al momento giusto, c’era tempo per ogni cosa, mentre era già il tempo di metterci il cuore. Tutto e senza indugi. Da lì è stato un crescendo: il vostro cuore ha sbattuto forte sui tiri a giro e i cambi di gioco, sulle ripartenze fulminee, sui calci di punizione imprendibili e sui tiri dalla distanza, il vostro cuore ha compensato ingenuità ed inesperienza, e non ha mai e dico mai indietreggiato un attimo, ha traballato forse, ma è sempre stato lì; calpestato, a volte preso a botte senza sconti, ha subito lezioni di calcio e qualche gol di troppo, ma mai ha pensato di cedere o regredire. Ha continuato a battere, si è stretto in un abbraccio di cui sento ancora i brividi sulla pelle, (la nostra prima vittoria, che meraviglia), ha risposto colpo su colpo e piano piano si è fatto largo in quell’eco di rumori. Ed è arrivato il gioco, e i gol di rapina e quelli da fuori area, e l’ingenuità è venuta meno, e poi vai a vincere in casa della seconda della classe, e scali posizioni in classifica, piovono sorrisi, certezze, complimenti “Raccoglierete i frutti, vedrai, siete già tanto forti così“, e ti tuffi nei tornei con un entusiasmo invidiabile e ne esci, però, con le ossa rotte accerchiato dalla sfortuna, ma mai a testa bassa, perché anche quando qualche lacrimuccia vi ha mostrato nelle vostre fragilità, non vi ha mai dismesso i panni di eroi, i miei eroi.
Si conclude un anno di fatiche immense, un anno in cui non abbiamo fatto a meno, però, di scambiarci promesse ed emozioni, lacrime e sorrisi, vittorie e sconfitte, rimproveri e pacche sulla spalla, un anno in cui non ci siamo persi, ma ritrovati, sempre più vicini, sempre più NOI perché “Noi siamo noi e nessuno è come noi”, ve lo ripeterò sempre.
E allora io me lo tengo stretto questo NOI, un noi fatto di famiglie speciali, di allenatori incredibili senza i quali sarei persa (grazie Ste, grazie Chiara), fatto di una società che sa fidarsi, fatto di voi così pesti ma ancor di più così pesti del mio cuore.
Grazie per i vostri occhioni, per le ore spensierate, per la volontà, per l’impegno, per quel crederci sempre, grazie per quei sorrisi che sono ossigeno puro, grazie perché quando tutto è un casino, sapete rimettere a posto ogni cosa ed accendere la luce nel buio più profondo, grazie per l’energia, per la grinta, per l’esempio che  mi date e che siete, grazie perché quell’immagine di voi che correte ad abbracciare il compagno che sbaglia un rigore decisivo dovrebbe essere patrimonio dell’umanità e rimarrà a lungo impressa nella mia memoria, grazie perché se mi sono ritrovata e riscoperta dentro e fuori dal campo lo devo tanto anche a voi.
Non posso farvi altre promesse se non quella di dirvi che sarò ancora pronta a tutto, più di prima, per arrivare dove noi sogniamo di arrivare e dove so che insieme arriveremo.
Non proverò mai un’emozione uguale a quando mi dite:Ti prego mister, vero che ci alleni anche l’anno prossimo?” sentendomi la più importante del mondo, e se fino ad oggi non vi ho mai risposto, ed ho divagato, prendendovi anche un po’ in giro, tutto ciò che posso dirvi è: “Vi prego, datemi ancora questo privilegio…“.

 

Vai Vai Vai Paolino e…buon 50esimo compleanno

Per tutti quelli che hanno avuto come me la fortuna di crescere con questo esempio che scorrazzava sui campi di calcio, per tutti quelli che, invece, sono vissuti in un’altra epoca e non hanno potuto godere di tale privilegio ma che sono comunque riusciti a sbirciare video, foto, a leggere interviste e parole e discorsi, e a cibarsi di tanta maestria, eleganza, temperamento, compostezza, tenacia, baci sulla maglia…

…per sempre, nelle pagine degli album dedicate alle leggende ci sarà impresso un nome su uno sfondo rossonero, incorniciato per mettere in risalto la caratura di un grande uomo e di un grande campione che ha saputo trasformare il suo sogno in realtà e che ne ha suscitati tanti altri, portandoli poi a compimento, nei milioni di occhi che di lui si sono innamorati.

Mezzo secolo da standing ovation.

Buon 50esimo compleanno, Paolo Maldini!