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Nodo allo stomaco

È il nodo allo stomaco che mi frega sempre

Ma a voi cosa vi frega esattamente? Tipo, vi frega la pizza il sabato sera anche quando siete a dieta? Vi fregano le giornate primaverili piuttosto che “Divano, piumone e serie tv?” Vi frega il sorriso di un bambino, un cane che scodinzola o, che ne so, lo shopping sfrenato?

E i tramonti vi fregano? E la neve che riveste tutto di bianco? E le patatine fritte? Dio quanto mi fregano le patatine fritte, ne mangerei a quintali. E poi magari vi frega il venerdì sera, il vostro capo che vi implora di un ultimo favore, i film alle due di notte, l’inno di Mameli prima di una partita dell’Italia, l’ultimo singolo di Ligabue ed il lunedì mattina, quello poi mi frega sempre mannaggia a lui.

Ecco, personalmente potrei dire che tutte queste cose mi fregano un po’, ma che non c’è niente al mondo che mi freghi come il nodo allo stomaco. Mi incastra sempre, nel bene e nel male.
Tipo ieri sera, mentre facevo il borsone per andare al campo al primo allenamento dell’anno, qualcosa come sedici stagioni dopo, quel maledetto nodo allo stomaco era lì, ancora una volta, come a dirmi che giusto o non giusto stavo facendo ciò che sentivo, che non c’era età, stanchezza, voglia, dolore alla gamba, lavoro in arretrato che tenesse.

E il nodo allo stomaco in amore? Ne vogliamo parlare? Tanti dicono “Fa ciò che ti dice il cuore”, altri t’implorano di ascoltare la mente, quelli bravi riescono a persino a mixare le due cose, ma io, che sono io e nessun altro al mondo, mi aggrappo sempre e solo al nodo allo stomaco. Posso mettere da parte l’orgoglio o usarlo come corazza indistruttibile, posso ripetere giorno e notte che non me ne frega nulla, che bisogna guardare avanti, che quello che è stato è stato ma alla fine…sbam. C’è il nodo allo stomaco e tutto cambia. E come ve lo spiego?

È un’emozione che si attorciglia e s’aggrappa, che ti succhia linfa vitale, che ti fa mordere le labbra, brillare gli occhi, dire frasi stupide e talvolta regalare ai più sconosciuti passanti una lunga collezione di espressioni da ebete che se solo i content creator di meme ti vedessero, ci metterebbero dodici secondi esatti per trasformarti in un meme vivente. Ma il peggio è quando provi pure a scioglierlo quel nodo allo stomaco incurante del fatto che tirare i capi della corda in maniera sbagliata, lo renda ancora più indissolubile, e, come se avesse un volto ed un sorriso, è capace di sogghignarti in faccia con aria di sfida e la consapevolezza di averti fregato di nuovo.

Ed è così che mi rendo conto che alla fine sarà pur vero che il cuore batta forte, che le gambe tremino, che le emozioni mi taglino il respiro, ma è quello stra maledetto nodo allo stomaco che scombussola il mio libero arbitrio, lo fa suo, lo shakera con le sensazioni, lo incastra lì e se lo tiene stretto, non me ne restituisce nemmeno un pezzetto, né quando faccio il borsone, né quando m’incanto di fronte ad un tramonto lontano da casa, né quando mi ritrovo a fare i conti con occhi così belli e così sbagliati. E tutto ciò che vivo lo classifico inserendolo nella colonnina “Nodo allo stomaco sì o nodo allo stomaco no”, non conosco altro metro di giudizio.

E quando tiro la riga e faccio i conti so già fino a che punto sono fregata, anzi, talvolta, maledettamente fottuta.

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giorno zero

Fa sì che il primo settembre sia il tuo nuovo giorno zero

Esiste per tutti il giorno Zero, è un momento in cui non si vince, non si perde, ma si riparte. Ci si allontana dalle persone che diventano ricordi, da quelle che non restano, da quelle che in fondo non ci sono mai state. Si chiama giorno zero perché quello che segue lo zero è sempre un inizio e negli inizi non si conosce la sconfitta”.

Qualche mese fa Ambra Angiolini raccontava così il suo stato d’animo dopo la fine della relazione con Massimiliano Allegri. Balzò agli onori della cronaca per la lucidità nell’affrontare quello che indubbiamente era un dolore suo e totalmente inspiegabile. Pose un punto, definitivo, e voltò pagina, magari con una biro scarica tra le mani e le idee troppo confuse, eppure non ebbe paura di farlo. Al di là di colpe e giudizi, la fine di una relazione, la fine di un amore, è una rottura con un pezzo di vita che è stato e che forse “mai sarà più”, almeno non in quel modo. Le cose cambiano e non resta che prenderne atto anche e soprattutto di fronte all’impossibilità di poter fare qualcosa di diverso.

Ora mi chiedevo: e se il 1° settembre fosse il nuovo “giorno zero?” Si sa, agosto va in cantina e porta con sé la salsedine di una vacanza al mare, la frescura delle passeggiate in montagna, un’amicizia condivisa di fronte ad un tramonto, il rossore sulle guance per un nuovo amore sbocciato e magari già finito, la leggerezza delle notti d’estate che ti tocca aspettare altri trecento giorni per ritrovarla,…; agosto ripone le valigie nello scaffale e lascia che a prendersene cura siano buio e polvere, in attesa di riportarle alla luce e dar loro nuova direzione, fra gli scompartimenti di treni veloci, di stive di aerei o striminziti bagagliai di auto colmi più di entusiasmo che di vestiti.

E mentre l’animo sembra aver trovato un po’ di pace e le menti hanno la linfa dei giorni migliori, ecco che all’orizzonte si fanno strada i nuovi progetti, camminano verso di noi pronti a prenderci per mano e a condurci verso l’esplorazione di angoli di un mondo sempre troppo grande e affascinante per chi ha occhi curiosi e cuori impavidi. Che poi anche qui non sempre le cose vanno come da pronostico, anzi per la maggior parte i pronostici vengono sovvertiti, i sogni sbiadiscono ed i progetti vanno a puttane, ma è tentare che fa la differenza, credere che di fronte ad una piscina vuota basti una spinta un po’ più forte su quel trampolino che scricchiola per avere anche solo la sensazione di volare alto, di respirare un’aria nuova, senza lasciarsi domare dalla paura di un atterraggio burrascoso o dall’invidia di un paracadute che fa ombra ad altre schiene.

E allora me lo sono chiesta e richiesta e continuo a sentirlo rimbalzare nella mia mente come la pallina di flipper impazzito che le tenta tutte pur di non cadere: e se questo 1° settembre fosse il giorno zero? In fondo dovrei sapere che forma ha, qualche giorno zero l’ho collezionato anche io, e poi non c’è mai limite ai giorni così nella vita di una persona, non saprai mai quanti te ne capiteranno, ma saprai sempre quanti deciderai di farne capitare tu perché mettere un punto, chiudere una porta, cambiare strada è un catino pieno di lacrime che fa a gara con una nuova opportunità, e le nuove opportunità ciò che sanno fare meglio è sguazzare in mari agitati e rimanere a galla.

Ed è questo il nocciolo: dopo il giorno zero non ci sarà nessun nuovo amore che ti guarderà con occhi diversi, non ci sarà quell’amico che ritorna, non ci sarà il lavoro dei tuoi sogni che bussa alla porta di casa, ci sarà “solo” la volontà di nuotare per spingerti là dove non sei mai stato. E allora “Zitto e nuota” per dirla come uno dei miei cartoni animati preferiti…tu nuota, che non si sa mai cosa ti succede, che poi metti che la vita ti sorprende, devi farti trovare pronto.

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Andrea Howe

A pane ed Andrew Howe: buon secondo tempo campione d’altri tempi

Caro Andrew Howe, ti scrivo, così mi distraggo un po’. Lucio Dalla cantava così quando voleva arrivare con musica e parole alle orecchie e agli occhi di un amico lontano, io invece ti scrivo non tanto per distrarmi quanto per focalizzarmi su tutto ciò che è stato, su tutto ciò che potrà essere e forse sarà per davvero.

Andrew Howe

Partiamo da lontano, molto lontano. Che anno era? Avevi già iniziato a vincere, avevi già messo in fila più di qualche record, e di lì a poco era nato un gruppo sul web perlopiù di ragazze(ine) scatenate che cercavano notizie su di te e si raccontavano la qualunque. Erano i tempi in cui ai fans (non ai followers dell’epoca moderna sia ben chiaro) si dedicavano le chat. Eravamo tutti iscritti al tuo sito ed ogni tanto ci si organizzava e passavi di lì a salutarci. Era il 2009, io era una ragazza semplice alle prese con gli studi ed il lavoro (quante finestre di chattate ho chiuso ogni volta che il capo passava nei paraggi del mio ufficio 😂), il sogno di fare la giornalista sportiva e la testa tra le nuvole, tu, invece, un campione che aveva già iniziato a farsi strada, un cassetto altrettanto pieno di sogni e speranze e quell’irrefrenabile voglia di spaccare il mondo.

Un giorno succede che ti colleghi alla chat e scrivi: “Ho una bellissima notizia, potremo incontrarci, sarò ospite di una discoteca in zona Varese”. Il Gilda. Il Gilda, Il mio (da quel momento) amato Gilda. Andrew Howe al Gilda, che fai te lo perdi? Organizzo la macchinata venerdì si va al Gilda è deciso. Ecco, è nato tutto lì. Cosa sia nato esattamente non è dato saperlo, ma dev’esserci un’etichetta ed un nome per ogni cosa? Io dico di no, non sono mai stata troppo amante delle definizioni assolute. “Andrew, vorrei chiederti tante cose…” “E chiedimele, chiedimele” con quello spiccato accento romano ed un sorriso che rubava la scena. Immancabili Jeramy e Mamma Renè che da lì, forse, mi ha preso un po’ a cuore (ed anche io ho preso a cuore lei ancor di più in questi ultimi mesi 🤞🏽❤️).

Andrew Howe

Nella stessa estate sono volata a Barcellona. Europei di atletica leggera, che fai non vai? Ti ho seguito alla Notturna di Milano, sono venuta a salutarti negli alberghi, ho passato i pomeriggi davanti alla tv, ho tifato per te, ho pregato per te. Quando quei maledetti infortuni non ti davano tregua, quando la gente si fermava all’apparenza, quando per ogni “Si è montato la testa troppo in fretta” rispondevo per le rime con un “Chiunque abbia qualcosa da dire su Andrew Howe deve vedersela con me”. Ti ho chiesto sostegno quando mi sono rotta la gamba (e di nuovo Mamma Renè…”Ho paura di non riuscire più a correre, di non poter più giocare a calcio” le dissi, e lei rispose “Se lo vorrai, ritornerai”). Il destino ha voluto che nel 2014 ci rincontrassimo di nuovo, fuori dalla stadio Olimpico di Roma. Ero in trasferta con i miei colleghi “Guarda c’è Howe”, “Ma io lo conosco”, e chi mi credeva? Poi è bastato un “Andrew, ti ricordi di me?” e si è riaperto un mondo di sorrisi “Maryyyyy, ma sei proprio tu, come stai?” rosicarono un po’ tutti.

Oh Andrew, non sai quanto ero innamorata del tuo gesto atletico, quando t’immergevi nella sabbia sembrava una sinfonia, l’eleganza del salto, lo strapotere nel toccare la pedana e volare, i muscoletti che straripavano sotto una divisa azzurro Italia che tu stesso hai strappato perchè “l’adrenalina non si reprime”, il mio urlo in quell’agosto del 2007 di fronte a otto metri e quarantasette centimetri di puro godimento, ancora rimbomba nel cortile di casa dei miei genitori, dove sono cresciuta. Ero convinta ci avresti fatto cantare l’Inno a squarciagola in una umida Londra del 2012 o in una calda Rio del 2016. Ci ho creduto così tanto che quasi la sento nelle orecchie l’orchestra. Chiudo gli occhi e ti vedo ancora lì, su una pista rossa, sorridente da accecare il mondo, con gli occhi chi sprigionano vita e abbracciano. Perché con te bastava un istante per sentirsi sulle montagne russe, e quello dopo a casa di fronte ad un camino, con un buon libro in una mano ed un bicchiere di vino nell’altra.

Andrew Howe

E adesso che succede Andrew, si volta pagina? Già, si volta pagina. È arrivato il duplice fischio.
La tua intervista a Verissimo mi ha sorpreso solo fino ad un certo punto, questo ritiro era nell’aria e credo sia la cosa giusta nei tempi giusti. Ma mi ha ho comosso, ancora una volta. Guardarsi indietro, a volte, ci fa vedere ancora più nitidamente le cose che non sono andate come avremmo voluto, ma ci fa anche cogliere l’essenza dei dettagli che ci sono sfuggiti. Credo sia così anche per te. Quando il pensiero si fossilizza sui “se” è difficile anche solo programmare il domani più vicino che ci sia, ma “Nella vita si diventa grandi nonostante” (cit. MG). E tu sei grande. Sei UN grande. E lo sei sempre stato. Anche quando le cose non venivano ed i sogni s’infrangevano. Averci provato, con tutte le tue forze, non solo ti ha fatto sentire vivo ma ha fatto sentire viva anche me, noi, e ti ha eletto a Campione, uno di quelli rari, uno di quelli che segna ma soprattutto insegna.

Credo che se ancora oggi diversi atleti si ispirino a te, alle tue imprese, e si dannino per battere i tuoi record è perché vali molto di più di una pacca sulla spalla. Credo che se un certo Marcell Jacobs ti ringrazi per l’esempio che gli hai dato è perchè in quei metalli pregiati vinti a Tokyo ci sia dentro un po’ anche tu, ma credo anche che l’uomo che sei diventato nel tempo non potrebbe fare da contraltare nemmeno ad un milione di ori olimpici. Vincerebbe a mani basse perchè di fronte a te persino i concetti di eleganza, umiltà, spirito di sacrificio, impallidiscono. Unico è il solo aggettivo che mi sobbalza alla mente e che si avvicina un po’ a ciò che sei stato.

Ma unico è anche il destino che ti aspetta: prendi tra le dita le bacchette della tua amata batteria, lo senti il ritmo dei tamburi all’unisono con quello del tuo cuore? Ecco, dagli una chance di essere felice.

Buon secondo tempo Andrew Howe, sempre al tuo fianco, anche adesso, soprattutto adesso.

Ti voglio bene

Mary

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